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L‘Associazione Internazionale Guido Dorso piange la perdita dell’illustre Professore Francesco Paolo Casavola

Il Presidente Nicola Squitieri, il Segretario generale Francesco Saverio Coppola, l’intero Comitato scientifico con il suo Presidente Filippo Patroni Griffi, la Direzione della rivista “Politica meridionalista. Civiltà d’Europa” esprimono il loro profondo cordoglio per la perdita dell professore Francesco Paolo Casavola, assegnatario del Premio Guido Dorso per la cultura nel 1996 (XVIII Edizione). Nato a Taranto, laureatosi in Giuriprudenza nel 1953, ha intrapreso la carriera accademica nelle discipline romanistiche formandosi nell’esempio e nella guida dei prestigiosi maestri della scuola romanistica napoletana da Siro Solazzi a Vincenzo Arangio-Ruiz, da Mario Lauria a Francesco De Martino e Antonio Guarino. Professore a 29 anni, ha insegnato Istituzioni di diritto romano e Diritti dell’Oriente mediterraneo nell’Università di Bari, Storia del diritto romano nella Facoltà giuridica napoletana, di cui a stato anche Preside, Diritto romano nell’Università lateranense in Roma. E’ stato eletto Presidente della Corte Costituzionale nel 1992. La sua produzione storiografica tocca tutti i settori del diritto romano privato, pubblico, processuale, di storia del pensiero giuridico, di metodologia e storia della storiografia. Le sue monografie hanno incontrato sempre il più vasto e ragionato consenso nella comunità scientifica internazionale.

Significativo il suo intervento in occasione del Premio dal titolo “Costruire una casa comune”. Una sollecitazione all’attuale classe politica. Una forte esortazione a lavorare per il bene comune, volontà oggi appannata da visioni particolaristiche e di potere che rischiano di portare al declino il Paese e l’Europa, vanificando il lavoro di tanti che si sono sacrificati e hanno sofferto per la ricostruzione di un nuovo ordine mondiale dopo la seconda guerra mondiale.

 

“Costruire insieme la casa comune” di Francesco Paolo Casavola

 

Ricevendo un riconoscimento intitolato a Guido Dorso, non posso non ricordare molte giornate dell’inverno del 1951, l’anno in cui rientravo al Sud, andando ad abitare a Caserta, dopo aver compiuto la mia formazione morale e sentimentale lontano dal Sud. Uno dei primi libri letti in quell’inverno del 1951 fu «La rivoluzione meridionale» di Guido Dorso, Editore Piero Gobetti, nel 1926.

Strani destini di libri destinati a restare nelle nostre biografie morali e intellettuali.

Dopo la lunga eclissi della dittatura, ritornare, dopo decenni, a riproporre i termini di una questione che avremmo tutti sperato risolta e che invece abbiamo constatato irrisolta con i suoi modi più aspri. E’ singolare che intorno alla lettura di quel libro da parte di una generazione che avrebbe dovuto sentirsi postuma, nasceva una sensazione di contemporaneità con Guido Dorso, con i suoi pensieri, con le sue speranze ancora irrealizzate, speranze che sentivano non appartenere soltanto a generazioni di meridionali ma appartenere all’Italia tutta.

1951: Molti tra noi; per ragioni d’età, ricorderanno il clima di quegli anni, gli anni in cui andava compiendosi lo sforzo della ricostruzione. Provenendo dalla linea gotica, avevo negli occhi il paesaggio di macerie sia urbane che delle campagne, delle case contadine distrutte anche esse dalle bombe o dai cannoni.

A distanza di anni la ricostruzione appare miracolosa: fatta soltanto con la forza delle braccia, senza l’aiuto dei macchinari che possiamo usare oggi: fu un decennio lungo e freddo quello della ricostruzione ma si sentiva tuttavia l’esigenza di tutti, anche di militanze politiche diverse, a dividere fecondamente i nostri giudizi, tra cattolici, comunisti, socialisti, laici, laburisti. Infatti non si sarebbe mai compiuta una seria ricostruzione se dopo aver tolto le macerie, ricostruito case, strade, fabbriche, non avessimo anche provveduto a ricostruire una falda più profonda nella nostra coscienza, quella coscienza civile di una intera «comunità».

Tuttavia questa meta sta ancora davanti a noi ed e ancora più drammatica perchè non ha più giustificazioni dovute alle sventure di una guerra.

Oggi il paesaggio attorno a noi quanto mai allettante; il paesaggio di una società opulenta, consumistica, che avverte però la povertà di quei valori profondi che consentono di farci sentire uniti dentro la casa di tutti noi cittadini e di tutti coloro che vengono a chiedere ospitalità in una terra che ha sempre accolto tutti nella sua millenaria vicenda di civiltà. Quella in cui oggi ci troviamo è una condizione ancora più inquietante perchè stentiamo a trovare un accordo anche su quei valori capaci di guidarci tutti insieme.

Verso il cammino inesplorato che ci porta verso il nuovo, imminente secolo, Guido Dorso con le sue idee può esserci di auspicio. Tra le sue proposte Guido Dorso faceva una scommessa ardita su un centinaio di «uomini di acciaio». Anche io penso che ce ne sia bisogno, ma non necessariamente di un centinaio, potrebbero essere sufficienti uomini «d’acciaio» che spendano la loro vita tutta senza attendere tornaconto per la costruzione di questa «casa», per una unità non formale ma nella fraternità e nella dignità di tutti noi che abbiamo avuto la ventura di nascere in questa Paese.